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Giovani cinesi in Italia

Sono giovani, intraprendenti, parlano italiano alla perfezione anche se hanno gli occhi a mandorla. I giovani cinesi (che rientrano nelle seconde generazioni, ossia 600.000 giovani identificati nella sigla "G2") vogliono vivere in Italia senza pregiudizi e discriminazioni, per un migliore dialogo tra la comunità cinese e la società italiana. Le "chinatown di casa nostra"
e i modelli di integrazione possibili sarà uno dei tanti temi che verranno affrontati nel corso del seminario nazionale di formazione per giornalisti "Cina-Europa: una nuova via della seta", che si svolgerà a Montepulciano dal 29 al 31 marzo, organizzato da Acli, Sant'Egidio, Focsiv, Legambiente, Focolari e alcuni enti locali toscani. BAI JUNYI , 26 anni, di Prato,
studente in giurisprudenza, è il responsabile di Associna.it, un'associazione virtuale nata in maniera spontanea da giovani cinesi che si incontrano sul web. Circa 700 gli utenti registrati, una trentina i volontari più attivi, tra cui molti cattolici, da Firenze, Roma, Venezia,
Milano, Padova, Napoli. Bai Junyi, che non ha ancora la cittadinanza italiana anche se vive da 20 anni in Italia, interverrà al seminario di Montepulciano. Lo abbiamo intervistato.

Cosa caratterizza le seconde generazioni cinesi rispetto ai loro genitori?

"Le nuove generazioni cinesi, nate e cresciute in Italia, sono sicuramente molto diverse dai genitori, venuti qui per lavorare e trovare una condizione sociale ed economica migliore. Noi siamo dei migranti involontari e questa è la prima differenza. I giovani vogliono studiare e hanno progetti di vita diversi. Qualcuno vorrebbe differenziarsi e creare uno spaccato con il
passato, c'è meno interesse verso le attività tradizionali come la ristorazione o l'industria manifatturiera".

Pesano molto le differenze culturali? Quali le difficoltà maggiori?

"I cinesi all'inizio hanno avuto problemi di integrazione, a partire dall'apprendimento della lingua italiana. Questo ha portato un po' la comunità cinese a chiudersi. Per noi è stato più semplice. Le generazioni successive non vogliono isolarsi. Se oggi molti media continuano a far
vedere solo i lati negativi, anche noi avremo difficoltà a integrarci perché verranno poste barriere inutili. A Prato, ad esempio, molti bambini cinesi soffrono per questo, si sentono diversi. Una bambina di 7 anni ha invitato a una festa tutti i compagni di classe italiani, ma non è andato nessuno. Si subiscono delle piccole discriminazioni, che prese da sole non sono tanto
rilevanti, ma se vissute tutti i giorni sono dure. È un peso invisibile che bisognerebbe alleggerire. Certo, ci sarà sempre qualcuno che discrimina, ma se riusciamo a dare un'immagine positiva e far vedere che vogliamo integrarci già sarebbe molto. Su questo vogliamo lavorare".

Come giovani dei "G2" avete anche preso parte alle audizioni governative per le modifiche alla legge sull'immigrazione. Che ne pensi?

"Il nuovo decreto mi sembra buono, sta andando nella direzione giusta. Spero che l'iter legislativo si concluda presto, visto che ci sono situazioni paradossali da risolvere. Sono state introdotte modifiche per tutelare meglio le seconde generazioni. A volte capita, per ignoranza o altro, che i genitori stranieri non registrino i bambini appena nati in Italia, così si ritrovano clandestini a 18 anni. Non possono certo tornare in un Paese dove non sono mai stati. Questa è una assurdità della legge attuale".

E la leggenda metropolitana dei cinesi che non muoiono mai?

"Le generalizzazioni negative fanno sempre male ma questa ci offende veramente, perché la morte è un tema molto forte per ogni essere umano. Per sfatare questa leggenda la prima domanda da farsi è: quanti vecchi cinesi si vedono in giro? L'immigrazione cinese è abbastanza recente, l'età media è sui 35-38 anni. La morte per vecchiaia è bassissima e chi ha un'età più matura spesso ritorna in patria, a vivere gli ultimi anni della propria vita con i parenti".

Poi c'è il tema delicato dello sfruttamento lavorativo nel settore manifatturiero...

"Bisogna tener presente che molti cinesi vengono da una situazione di povertà e non sanno che in Italia ci sono più diritti e tutele. Molti cinesi pensano che sia più conveniente lavorare nelle attività gestite dai connazionali perché hanno anche un alloggio, il vitto e la possibilità di
lavorare a cottimo, quindi guadagnare di più rispetto alle aziende italiane.
È una questione di mentalità, forse difficile da comprendere per l'italiano, che nel benessere vuole, giustamente, godersi la vita. Il cinese, invece, deve prima migliorare le sue condizioni di vita, per poi tornare in Cina o portare la famiglia in Italia. Così lavorano tanto fino a sfruttarsi da
soli".

Cosa si può fare per migliorare la situazione sotto il profilo della legalità?

"Cercare di dare più tutele, magari parlandone con le forze dell'ordine, con le aziende, per renderle più vicine agli standard italiani. Non puntare però il dito solo sugli stranieri perché i problemi di legalità riguardano anche gli italiani".


a cura di Patrizia Caiffa


Fonte: Sir (www.agensir.it)

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